Nell’orto vive da parecchi anni un ulivo selvatico. È grande, imponente, sano. Si trova al confine sud est del terreno, in posizione centrale. È un albero che dà olive non buone, piccole, amare, tendenti all’acido. Per questo motivo è stato sempre considerato un albero sbagliato, quasi inopportuno. Nessuno si capacita del perché sia lì, anche se, a prima vista, sembra l’albero più vecchio. Anche io, in considerazione del suo status, in passato non sono stato tenero. L’ho potato un paio di volte, entrambe le volte senza tante premure. L’ultima volta ho usato la motosega e l’ho lasciato completamente nudo, per dare luce all’orto. Non desideravo morisse, tuttavia ho potato in funzione dell’orto e della luce, e non dell’albero stesso. Per settimane mi sono chiesto se avessi esagerato, poi per fortuna ha dato segni di vita e fatto crescere nuovi rami. Adesso che ci sono tornato, osservandolo meglio ho scoperto varie cose. Offre rifugio a tanti uccelli, che al suo interno trovano sicurezza e riposo. Crea un’ombra netta, decisa, avvolgente, che permette di rinfrescarsi rapidamente. Con il vento regala un melodioso fruscìo. E poi è bello.

In funzione mia, era un albero minore. Adesso, osservandolo in misura maggiormente distaccata, impersonale, mettendomi di lato, l’ulivo assume un nuovo e più prezioso valore, investito di un’aura tutta sua. Alla prossima potatura mi impegno ad essere più gentile. E mi impegno a mettermi di lato più spesso.