La prima terapia e l’ennesima terapia sembrano due esperienze agli antipodi. Chi arriva per la prima volta porta domande, qualche diffidenza, e quell’idea vaga costruita sui film di come dovrebbe funzionare uno studio di psicoterapia. Chi arriva dopo uno o più percorsi già fatti porta meno paura e più scetticismo, e spesso una domanda sola: ho già raccontato la mia storia tre volte, cosa può cambiare alla quarta? Prima di cambiare psicoterapeuta vale la pena sapere che quello che succede in un percorso sistemico-relazionale probabilmente non è quello che ci si aspetta.
Per chi è alla prima esperienza di psicoterapia
Il primo percorso di psicoterapia non richiede di arrivare preparati. Non serve sapere qual è il problema con precisione chirurgica, né avere un obiettivo già definito. Quello che serve è semplicemente essere presenti. C’è però qualcosa che potrebbe sorprendere fin dal primo colloquio. Le domande non riguardano solo la persona che è in stanza, riguardano il suo mondo. La famiglia di origine, le relazioni significative, il contesto in cui si è cresciuti, quello in cui si vive adesso. Non per curiosità biografica, ma perché nell’approccio sistemico-relazionale il disagio non viene letto come qualcosa che appartiene esclusivamente all’individuo, ma come qualcosa che nasce e si mantiene dentro una rete di relazioni. Guardando solo la persona si vede il sintomo. Guardando la persona dentro il suo sistema si comincia a vedere il senso. Quello che accade qui si capisce meglio dentro una cornice più ampia, quella della terapia sistemica individuale, dove il sintomo non si legge mai da solo ma dal posto che occupa nelle relazioni.Perché a volte si sente il bisogno di cambiare psicoterapeuta
Chi arriva dopo uno o più percorsi precedenti ha quasi sempre acquisito consapevolezza. Sa da dove vengono certi schemi, riconosce i propri pattern, ha parole per cose che prima erano confuse. Ma quella consapevolezza, da sola, non ha prodotto il cambiamento che si cercava. Lo schema si conosce. E si ripete lo stesso. È un’esperienza comune, e ha una spiegazione precisa. Molti percorsi lavorano sull’individuo come se il problema abitasse esclusivamente dentro di lui. L’approccio sistemico-relazionale sposta lo sguardo: il problema non è solo dentro, è tra. Tra la persona e il partner, tra la persona e i genitori, tra la persona e i modelli relazionali appresi e riprodotti senza accorgersene. Questo cambia concretamente il tipo di domande in seduta. Meno attenzione a cosa si prova quando succede, più attenzione a cosa fa l’altro subito prima e a cosa succede subito dopo la reazione. Si lavora sul meccanismo, non solo sull’emozione. E si lavora sulla storia familiare in modo diverso, non cercando soltanto cosa è accaduto, ma quali lealtà, quali mandati, quali copioni transgenerazionali continuano a recitarsi nella vita adulta senza che nessuno li abbia scelti consapevolmente. Molte persone che arrivano dopo altri percorsi dicono, dopo qualche seduta, che quella cosa la sapevano già ma non l’avevano mai vista così. Non si ricomincia da zero, si guarda lo stesso materiale da un’angolazione diversa. E a volte è proprio quell’angolazione che mancava.Cosa accomuna la prima e l’ennesima terapia
Che si sia alla prima o alla quarta esperienza, il punto d’arrivo è lo stesso. Smettere di chiedersi cosa non va in sé stessi e cominciare a chiedersi dentro quale storia, quale rete, quale sistema relazionale ci si trova a vivere. E quale posto diverso si può occupare. È una domanda meno colpevolizzante. E molto più potente.Chi sta pensando di cambiare psicoterapeuta, spesso, sta cercando esattamente questo spostamento di sguardo.
Chi vuole capire cosa succede concretamente nel primo colloquio può leggere cosa succede nella prima seduta.
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Se non è la prima volta e la domanda è se valga la pena riprovare, quella domanda si può portare in seduta invece di risolverla da soli. Una chiamata conoscitiva di quindici minuti è gratuita. Il modo più veloce è scrivermi su WhatsApp, oppure chiamare il 328 752 0668.