Terapia sistemica individuale: il posto che occupi

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La terapia sistemica individuale può sembrare a una occhiata sommaria una contraddizione. Il sistemico infatti viene associato alla coppia e alla famiglia, alle stanze con più sedie, e chi vuole iniziare un percorso individuale può pensare che come approccio non sia adatto. È esattamente il contrario. Il sistema familiare non è un luogo che si abita e da cui prima o poi si esce, è qualcosa che continua ad abitare in chi ne è uscito.

Per lavorare sulle relazioni non serve portarle tutte in seduta. Serve guardare la posizione che una persona occupa dentro di esse, perché quella posizione si ripresenta uguale a casa, al lavoro, in amicizia, in amore. Il sistema non è un posto da cui si esce, è un posto che si occupa.

Il sistema non è un luogo che si abita

Una stanza non la arreda soltanto chi la abita. Molti mobili sono già lì all’arrivo, messi da altri, in posizioni che nessuno ha mai messo in discussione. Con il tempo l’arredamento smette di sembrare una scelta, una delle tante possibilità, e comincia a sembrare la stanza stessa; quella che è una disposizione viene scambiata per carattere, o peggio per un modo di essere.

Ad esempio c’è chi occupa il posto del risolutore, cioè colui che si occupa sempre dei bisogni e delle necessità altrui. Una persona con questo posto potrebbe passare la mattina di domenica, l’unico suo giorno libero della settimana, dietro al bancone del bar della madre. Non perché il bar rischia di restare chiuso, ma perché così la madre ha due ore per andare al mercato a prendere i prodotti freschi per la sua tavola, non per il bar. Il supermercato è aperto e sta sotto casa. Rinuncia al suo tempo libero, alla sua famiglia e al riposo per permettere alla madre di avere la frutta fresca in frigo. Nel racconto tuttavia non c’è nessuna protesta, c’è la naturalezza di chi descrive una cosa ovvia che però, ultimamente, è diventata pesante.

Quella naturalezza ha una storia. In quella casa il sacrificio è un valore quasi ostentato, e a memoria non si ricorda un giorno di riposo preso dai suoi genitori. Non è una regola che qualcuno ha enunciato, è una scena vista tutti i giorni da sempre, e le scene viste si ripetono. Il posto era già occupato prima che questa persona lo occupasse. Ci è andato a coabitare, in attesa di ereditarlo.

Nel frattempo viene presentato un pesante conto che apparentemente non ha una causa diretta. La moglie fa notare che una domenica insieme non capita mai. I figli vedono un padre che rientra per pranzo e che si occupa d’altro. Di riposo resta mezza giornata, non c’è spazio per una giornata fuori città né per una domenica intera senza niente da fare. Le energie spese in una casa vengono tolte a un’altra, e nessuno le ha mai contate.

Perché guardare dentro non basta

Vedere quel posto non è immediato, perché chi lo occupa arriva quasi sempre con una spiegazione già pronta, e le spiegazioni disponibili sono due.

La prima guarda dentro. “Voglio capire cosa non va dentro di me”, dice, come se da qualche parte ci fosse un pezzo difettoso da individuare e riparare. Dentro una persona non ci sono parti malate, ci sono parti che soffrono, e cercare il guasto tiene occupati per anni senza spostare niente.

La seconda guarda fuori. “I miei genitori non mi hanno mai capito, non mi hanno mai incoraggiato, mi hanno sempre sminuito.” Il soggetto della frase sono sempre loro, e il racconto può essere accurato, e spesso lo è. Resta il fatto che consegna la propria vita a persone che non sono in stanza e che quasi mai cambieranno.

Le due strade sembrano opposte, e sono la stessa mossa girata al contrario. Entrambe cercano una causa, una dentro e una fuori, e la causa non è quello che necessariamente occorre trovare. È la ragione per cui gli stessi errori si ripetono anche quando la persona li ha capiti benissimo: capire non sposta il posto da cui si agisce.

Quello che si guarda è il comportamento, il movimento che si ripete, e lo si guarda da una posizione diversa da quella in cui lo si compie. Certe posizioni si ereditano prima di essere scelte, e chi le eredita non ricorda di aver firmato niente. È lo stesso meccanismo per cui, dentro una famiglia, il sintomo di uno finisce per raccontare l’equilibrio di tutti, come accade a chi diventa il paziente designato.

Per questo non serve ricominciare la storia dall’inizio a ogni terapia. Non arrivano interpretazioni sulle origini, ipotesi su come stava una madre o su cosa voleva un padre. Arriva un rimando su quello che si vede: un movimento sbilanciato verso gli altri, un non occuparsi di sé che si ripete, all’interno di una stanza arredata chissà quando per l’occasione. Le conseguenze le trae la persona, e le trae su episodi recenti, anche minimi, perché una domenica mattina passata al bar mentre la madre compra le zucchine al mercato racconta più di una ricostruzione. Il passato non sta dietro, sta dentro quello che si continua a fare.

Cosa cambia in seduta

La domanda utile, a quel punto, non riguarda il carattere. Riguarda il movimento appena visto: e gli altri, quando si muovono. Ad esempio, le persone hanno mai detto grazie?

La risposta è quasi sempre no. Non arriva con rabbia, arriva con sorpresa, perché nessuno l’aveva mai immaginata.

Da lì si guarda il resto del movimento, e come lo vedono gli altri attori che ci stanno dentro. Quando si muovono, cosa fanno, cosa danno per scontato di quel posto.

Segue di solito un silenzio. La persona resta spaesata, a volte confusa. Non è una confusione che va risolta in fretta, è il momento in cui una cosa data per ovvia smette di esserlo.

Quello che accade dopo non accade in seduta. Accade fuori, e torna la volta successiva sotto forma di episodi piccoli. Una volta in cui non si passa a prendere qualcuno, come invece si è sempre fatto. Una discussione con il partner che altre volte sarebbe finita in silenzio. Una domenica che si rimane a casa invece di andare al bar. Cose comuni, raccontate quasi di sfuggita.

Il cambiamento vero, però, sta nel modo in cui vengono raccontate. Prima le reazioni degli altri arrivavano come dati di natura: “non ho mai preso un grazie perché è naturale che io stia al bar la domenica mattina.” Adesso arrivano con una domanda dentro: “non capisco perché non abbia mai ricevuto un grazie.” È il punto in cui una persona smette di stare dentro uno schema e comincia a vederlo. E si vede solo da fuori di un passo.

Il posto che occupi

Il posto che si occupa dentro un sistema, quasi sempre, non lo si è scelto. A volte è stato assegnato, a volte lo si è preso da soli e poi è rimasto lì. In tutti e due i casi si può riconoscere, e una volta riconosciuto si può restituire.

Riconoscerlo non è liberatorio. La prima cosa che arriva è una delusione. Ci si accorge di non essere così fondamentali come si credeva, che quel ruolo qualcun altro lo può occupare senza troppa difficoltà, e che le energie spese fino a quel momento erano tante. È un passaggio scomodo e non si può saltare.

Intorno, di solito, non cambia niente. Gli altri sono abituati a quel posto occupato da quella persona lì, e non hanno motivo di rivedere l’abitudine. A volte il sistema sorprende e si muove come se aspettasse solo quello, e il cambiamento arriva più rapido e liberatorio per tutti. Più spesso si riorganizza e va avanti per la sua strada. Un genitore che ha sempre guardato un figlio in un certo modo continua a guardarlo così anche dopo.

Quindi la responsabilità resta a chi la vede. Nessuno la delega, nessuno la condivide, e si decide a prescindere da cosa faranno gli altri.

Non conta che il sistema cambi idea. Conta togliersi l’abito messo addosso da altri, quello a cui ci si è adattati senza accorgersene, e prendersi il posto che somiglia davvero a chi lo occupa. Resta una domanda, che di solito nessuno si è mai posto ad alta voce: quanto di quello che si fa in una settimana si fa per sé.

Se leggendo hai riconosciuto il posto che occupi, quel posto si può guardare insieme. Una chiamata conoscitiva di quindici minuti è gratuita e serve a capire se ha senso lavorare insieme. Il modo più veloce è scrivermi su WhatsApp, oppure chiamare il 328 752 0668.