Mi sento in colpa verso i miei genitori

Mi sento in colpa verso i miei genitori. Di solito questa frase arriva senza che sia successo niente: nessuno ha litigato, nessuno ha chiesto niente.

Eppure c’è. Quando non rispondi al telefono e poi ci pensi per il resto della giornata. Quando dici di no e ti costa più del sì. Quando fai qualcosa per te e non riesci a goderla fino in fondo, perché intanto pensi a loro.

Non è per quello che hai fatto

La colpa verso i genitori quasi mai riguarda un torto preciso. Riguarda l’aver preso qualcosa per te.

Capita spesso che una persona arrivi dicendo di essere andata via di casa troppo presto. Ha un lavoro, una casa sua, un mutuo da pagare, una relazione che funziona. Ha quasi trent’anni. E dice: potevo restare ancora un po’, li ho lasciati soli.

Presto rispetto a cosa, di solito non sa dirlo. Perché quel metro non è suo.

Quando nessuno ti ha chiesto niente

La cosa che spiazza è che spesso i genitori non hanno fatto storie. Non hanno chiesto di restare, non hanno presentato nessun conto. A volte erano perfino contenti.

Questo toglie il colpevole, e per questo confonde. Se nessuno ti ha accusato, da dove arriva l’accusa?

Arriva da un posto che occupavi in quella casa e che non hai mai messo in discussione. Quello che si prende cura, quello che resta, quello che è rimasto piccolo agli occhi di tutti anche quando piccolo non lo era più. Certe posizioni vengono assegnate prima che si possa scegliere, e chi le occupa non ricorda di aver firmato niente.

A cosa serve, quella colpa

Questa è la parte che nessuno dice, e che di solito arriva come una sorpresa.

La colpa non è solo un peso. Fa anche un lavoro preciso: tiene il freno tirato sulla vita nuova.

Finché ti senti in debito con chi hai lasciato, non sei del tutto dove sei adesso. Non abiti fino in fondo la casa che paghi, non ti proietti nel futuro che stai costruendo, non prendi in mano la tua vita per intero. Una parte è rimasta indietro, a fare la guardia.

E c’è un motivo. Smettere di sentirsi in colpa significherebbe accettare di essere separati davvero. La colpa, per quanto faccia male, è ancora un legame. È il modo che si è trovato per non andarsene del tutto.

Le due strade che non funzionano

Chi ci prova da solo tenta quasi sempre due cose.

La prima è fare di più. Chiamare più spesso, tornare più weekend, essere disponibile per ogni cosa, nella speranza che il debito a un certo punto si estingua. Non si estingue: più paghi, più confermi che c’era qualcosa da pagare.

La seconda è tagliare. Mettere distanza, ridurre i contatti, chiudere. La colpa resta identica, e ci si aggiunge il rimorso.

Nessuna delle due tocca il punto, perché il punto non è quanto stai vicino o quanto stai lontano. È da che posizione lo fai.

Cosa cambia in terapia

Il lavoro non è smettere di voler bene, e non è nemmeno imparare a dire di no. È spostarsi.

Nel concreto significa lavorare su tre cose:

  • vedere il debito per quello che è, cioè una posizione ereditata e non una cosa che hai fatto
  • smettere di misurarti su un metro che non è tuo, su quando si va via, su quanto si chiama, su cosa si deve
  • occupare il posto dell’adulto che sei, non quello del figlio che eri

L’ultimo è il più difficile, e passa quasi sempre da gesti piccoli. Invitare i genitori a cena a casa propria, per esempio. Non andare da loro: riceverli.

Scegliere il menù, cucinare, decidere i tempi della serata. Sedersi a capotavola. Servire, invece di essere servito. Sono cose minime e cambiano il verso di tutto, perché per la prima volta chi ospita sei tu.

E poi succede che li guardi. La madre che comincia a esplorare la casa con gli occhi, e a un certo punto fa un sospiro, come a dire va bene così. Il padre che ti parla in un modo un po’ diverso, come si parla a un adulto. I fratelli che smettono per un momento di vedere il piccolo di casa.

Non è una tecnica. Sono i gesti che spostano davvero qualcosa, e cominciano sempre da lì. È il lavoro della terapia sistemica individuale: non si corregge un difetto, si guarda il posto che si occupa dentro le relazioni.

Se il tema è anche quello di un genitore che occupa tutto lo spazio, la colpa spesso è il modo in cui quello spazio si è tenuto in piedi.

Come lavoro

Ricevo a Roma, in via Antonio Sebastiani 35, e online in videochiamata. Tariffe e modalità sono sulla pagina Percorso individuale.

Prima di fissare un appuntamento facciamo una telefonata conoscitiva di quindici minuti. Serve a te per capire con chi hai a che fare, e a me per capire se posso esserti utile. Non c’è nessun impegno.

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