Mia madre è invadente e non riesco a mettere un confine

Mia madre è invadente. È la frase che ti viene in mente, e ti sembra già troppo dura. Non è che ti tratti male. È che c’è sempre. Ti chiama e se non rispondi richiama. Ha un’opinione su come vivi, su chi frequenti, su cosa dovresti fare del tuo lavoro. Quando provi a dire che non ti va, la risposta arriva prima ancora che tu finisca la frase: che esageri, che lei lo fa per te, che sei tu a essere permaloso. E la cosa strana è che finisce sempre con te che ti scusi.

Mia madre è invadente, ma il problema non è che parla troppo

Chi vive questa situazione di solito la racconta come un problema di quantità: troppo presente, troppo invadente, troppo ansiosa. Ma la quantità è un effetto. Quello che succede davvero è che in quella casa lo spazio è uno solo, e lo occupa lei. Non c’è posto per un’altra versione dei fatti. Se tu senti una cosa diversa, quella cosa non è un punto di vista: è un errore da correggere. Le tue emozioni, prima ancora dei tuoi risultati, vengono ridimensionate. Non contestate, proprio sminuite. Con il tempo smetti di portarle. E allora ti sposti. Ti fai piccolo, non dici, non chiedi. Non perché sei debole, ma perché è l’unico modo che hai trovato per stare in quella stanza senza che ogni volta diventi una guerra. Il problema è che quella posizione non resta in famiglia.

Fuori casa succede la stessa cosa

Chi ha imparato a non occupare spazio, non occupa spazio da nessuna parte. Nei rapporti accetti cose che non vorresti, e te ne accorgi dopo. Al lavoro non chiedi quello che ti spetta. Sei molto sensibile al giudizio degli altri, perché hai imparato che il tuo valore lo stabilisce qualcun altro. E quando qualcuno ti tratta male, la tua prima reazione non è arrabbiarti, è chiederti cosa hai sbagliato. Da fuori sembrano problemi separati: la madre, il partner, il capo, l’insicurezza. Non lo sono. È la stessa posizione, ripetuta in contesti diversi. Ne ho scritto qui: Perché gli stessi errori si ripetono.

E tuo padre?

Quasi sempre, in queste situazioni, c’è anche un padre. E quasi sempre chi arriva in terapia lo difende. È il fragile della situazione, quello che subisce anche lui, quello da proteggere. Ti sei messo lì in mezzo, forse da quando eri bambino, a fare da cuscinetto tra i due. Questa è la cosa più difficile da vedere: tuo padre è un adulto. Se non si oppone, non è perché non può, è perché quell’equilibrio in qualche modo gli va bene, o gli costa meno che romperlo. Difenderlo non lo aiuta. Tiene te dentro un ruolo che non è tuo, e ti consuma energie che servirebbero altrove.

Cosa cambia in terapia

Il primo pensiero di chi arriva è: devo far capire a mia madre. Devo trovare le parole giuste, il momento giusto, l’argomento che finalmente la faccia ragionare. Non funziona così, e insistere su quella strada è il modo più veloce per esaurirsi. Il lavoro va da un’altra parte: non cambiare lei, cambiare il posto che occupi tu. Vedere la dinamica per quello che è, riconoscerla mentre sta accadendo, e smettere di rispondere sempre nello stesso modo. Non è una tecnica di comunicazione, è ricostruire il proprio peso. Nel concreto significa lavorare su tre cose:
  • capire il funzionamento, perché finché non lo vedi ti sembra che il problema sia tuo
  • uscire dal ruolo di cuscinetto, e lasciare che le cose tra i tuoi genitori siano affar loro
  • smettere di aspettare un riconoscimento che non arriverà, e cominciare a darselo da soli
È il lavoro della terapia sistemica individuale. Anche quando si lavora individualmente, cioè con te solo nella stanza, quello che si guarda non è soltanto quello che senti, ma la rete di relazioni in cui quel sentire si è formato e continua a rinnovarsi.

Come succede, di solito

Capita spesso che una persona arrivi per tutt’altro. Dice che non riesce a trovare una strada nel lavoro, che si sente bloccata, che non è capace di decidere. Poi nelle prime sedute la madre entra nel racconto quasi da sola: una donna che occupa tutto, che ha sempre ragione, che riduce ogni cosa che le viene portata. I risultati, ma soprattutto quello che si prova. Il padre c’è, ma sta ai margini. E viene difeso. Emerge presto che la passività non è solo in famiglia. Nelle relazioni si accetta di essere trattati male, e quasi non ci si accorge. Il lavoro parte da lì. Riconoscere la dinamica. Uscire dal ruolo di difensore. Spostare le energie da quella guerra a se stessi. Quello che si muove, quando si muove, non è quasi mai quello che si immaginava. Non si urla, non si rompe con nessuno. Semplicemente, quando qualcuno tratta male, si dice qualcosa. Prima non succedeva mai.

Come lavoro

Ricevo a Roma, in via Antonio Sebastiani 35, e online in videochiamata. Tariffe e modalità sono sulla pagina Percorso individuale. Prima di fissare un appuntamento facciamo una telefonata conoscitiva di quindici minuti. Serve a te per capire con chi hai a che fare, e a me per capire se posso esserti utile. Non c’è nessun impegno.

Parliamone

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