Il paziente designato: quando un figlio “porta” il problema della famiglia

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Nel lavoro clinico con le famiglie c’è una scena che si ripete, con nomi e volti sempre diversi. Arrivano due genitori con un ragazzo di quattordici anni. Sono preoccupati, e hanno ragione di esserlo: il figlio ha smesso di andare a scuola, si chiude in camera, ha attacchi d’ansia. Il messaggio implicito, anche quando nessuno lo pronuncia, è sempre lo stesso. Aggiustate lui. Noi stiamo bene, è lui il problema.

Poi si comincia a parlare, e piano piano emerge il resto. I genitori non si rivolgono la parola da mesi se non per questioni pratiche. C’è una separazione nell’aria che nessuno ha mai nominato. Un lutto mai elaborato. Una tensione che riempie la casa come un gas inodore, che non si vede e non si sente, ma che tutti respirano.

Il ragazzo quel gas lo ha respirato più di ogni altro. E il suo sintomo, l’ansia, il ritiro, è il rilevatore che ha cominciato a suonare.

Che cos’è il paziente designato

Nella terapia familiare sistemica esiste un concetto tanto potente quanto controintuitivo, quello di paziente designato. Fu Bateson, tra i padri di questo approccio, a descriverlo per primo. È la persona sintomatica che, all’interno di una famiglia, viene identificata come la causa di tutti i problemi, quando in realtà è il membro che, in modo del tutto inconsapevole, manifesta i conflitti dell’intero sistema.

In ogni famiglia in difficoltà c’è spesso qualcuno che si fa carico, senza saperlo e senza volerlo, del disagio di tutti. Attraverso il sintomo assorbe su di sé le tensioni affettive del gruppo, molto spesso legate alla conflittualità tra i genitori o alla loro infelicità personale. Ed è quasi sempre il membro più fragile del sistema, quello con meno potere nella scena familiare, a occupare quel posto. Quasi sempre, cioè, un figlio.

Il sintomo come sacrificio

Il sintomo del figlio non è soltanto un problema. È anche, per quanto possa suonare strano, una funzione. Chi lo porta si fa carico di una sofferenza che appartiene a tutti, e in un certo senso si sacrifica per tenere insieme la famiglia.

Il meccanismo è più semplice di quanto sembri. Se il comportamento del figlio non catalizzasse tutta l’attenzione della coppia, i genitori dovrebbero finalmente guardare in faccia i conflitti che evitano da anni, quelli percepiti, inconsciamente, come ancora più pericolosi. Il sintomo del ragazzo offre alla famiglia un problema gestibile al posto di uno innominabile. L’ansia del figlio distrae dalla crisi del matrimonio. Il disturbo alimentare della figlia dà ai genitori un fronte comune proprio quando stavano per dividersi. Il sintomo, paradossalmente, protegge.

E qui va detta la cosa più importante di tutte. Nulla di tutto questo è consapevole, nulla è voluto. Nessuno sceglie, nessuno è colpevole. È il sistema che, cercando disperatamente un equilibrio, trova questo. Un equilibrio doloroso, ma pur sempre un equilibrio.

Perché lavorare solo sul ragazzo non basta

Si capisce, allora, perché portare il figlio in terapia sperando che guarisca e che tutto si sistemi spesso non funziona. Se il sintomo esprime un disagio che appartiene all’intero contesto familiare, lavorare solo sull’individuo è come somministrare una tachipirina quando servirebbe un antibiotico. Abbassa la febbre, non tocca l’infezione.

A volte succede qualcosa che lascia i genitori sconcertati. Il figlio migliora, e la famiglia peggiora. Perché quando il sintomo che teneva insieme tutto si allenta, i conflitti che copriva riemergono. È in quel momento che alcune famiglie, di nuovo senza rendersene conto, finiscono per ostacolare il percorso. Fanno pressioni per risultati rapidi, screditano la terapia, spingono il figlio ad abbandonarla. Non per cattiveria, ma perché ogni sistema difende il proprio equilibrio, anche quando quell’equilibrio fa male a tutti. Quello che accade qui si capisce meglio dentro una cornice più ampia, quella della terapia sistemica individuale, dove il sintomo non si legge mai da solo ma dal posto che occupa nelle relazioni.

Il figlio come porta d’ingresso

In ottica sistemica il paziente designato non è il problema. È la porta d’ingresso. Il suo sintomo è l’occasione che il sistema si dà per cambiare qualcosa.

Quando una famiglia accetta di entrare in stanza tutta insieme, non per cercare colpevoli ma per capire quali schemi relazionali hanno permesso al sintomo di nascere e di mantenersi, accade qualcosa di decisivo. Il peso si ridistribuisce. Il figlio smette di portare da solo un carico che non era mai stato suo. E i genitori, spesso per la prima volta, riescono a dire ad alta voce le cose che fino a quel momento il sintomo diceva al posto loro.

C’è una domanda che, quando finalmente qualcuno se la pone, cambia la direzione di tutto. Non è cosa c’è che non va in mio figlio. È un’altra, molto più difficile da formulare e molto più feconda. Che cosa sta cercando di dirci, la nostra famiglia, attraverso di lui? Se leggendo hai riconosciuto qualcosa, ne possiamo parlare. Una chiamata conoscitiva di quindici minuti è gratuita e serve a capire se ha senso lavorare insieme. Il modo più veloce è scrivermi su WhatsApp, oppure chiamare il 328 752 0668.

Chi vuole capire come certi schemi familiari si tramandano può leggere Perché gli stessi errori si ripetono?