Il partner è diverso, la storia è identica. Il lavoro è nuovo, il finale si conosce già. Arriva l’ennesima volta in cui una persona si dice che stavolta sarà diverso, e poi si ritrova esattamente lì: a dare troppo a chi dà poco, a scappare appena qualcuno si avvicina davvero, a esplodere sempre per le stesse cose, a scegliere persone che alla fine deludono nello stesso modo. La domanda arriva puntuale, di solito di notte. Che cosa c’è che non va in me? Il punto è che gli stessi errori si ripetono proprio perché quella domanda è già la strada sbagliata.
Non è un difetto personale, è un copione che si recita da solo
Ogni persona cresce dentro una famiglia, e ogni famiglia è una piccola scuola di relazioni. Lì si impara, molto prima di poter scegliere, che cosa significa amare, litigare, chiedere, ricevere, deludere. Non attraverso le lezioni, attraverso la ripetizione. Migliaia di scene quotidiane depositano un copione implicito. Per essere amati bisogna rendersi utili. I bisogni degli altri vengono prima. Chi si arrabbia perde l’affetto. Chi si mostra fragile viene ferito. Questi copioni non restano nel passato. Da adulti entrano in ogni relazione nuova, e senza che nessuno se ne accorga orientano la scelta di partner, amici, ambienti che permettono di recitarli ancora. Non per masochismo. Perché quel copione è l’unico modo di stare in relazione che si conosce davvero. Il familiare, anche quando fa male, è più rassicurante dell’ignoto.La ripetizione è un tentativo di soluzione
Qui sta la parte controintuitiva, quella che in terapia sorprende sempre. La ripetizione non è un guasto del sistema, è un tentativo. Ogni volta che la vecchia scena torna in scena, quando si sceglie di nuovo la persona emotivamente indisponibile o ci si sacrifica per qualcuno che non ricambia, una parte della persona sta provando a riscrivere il finale. Stavolta lo conquisto. Stavolta mi vedrà. Stavolta finisce diversamente. È come tentare di vincere una partita persa nell’infanzia tornando sempre sullo stesso campo, con le stesse regole. Ma con quelle regole, su quel campo, il risultato non cambia.Perché gli stessi errori si ripetono anche tra le generazioni
A volte lo schema che si ripete non nasce nemmeno con la persona che lo porta. La clinica transgenerazionale mostra che nelle famiglie circolano mandati e lealtà invisibili che attraversano le generazioni. La donna che deve tenere insieme tutto perché così hanno fatto sua madre e sua nonna. L’uomo che non può permettersi di fallire perché porta il riscatto di un padre umiliato. Il figlio che non riesce a essere felice perché in una famiglia segnata da un lutto la felicità somiglia a un tradimento. Sono debiti che nessuno ha chiesto esplicitamente di pagare, e che però si pagano. Visto da qui, l’errore che si ripete smette di essere un errore. È una fedeltà. Questo modo di guardare ha un nome preciso ed è il lavoro della terapia sistemica individuale, che parte dalla posizione occupata dentro il sistema e non dal difetto da correggere.Come si esce dal loop
Non con la forza di volontà, perché quella è già stata provata e ha fallito. E nemmeno con la sola consapevolezza. Conoscere il proprio schema è necessario e non è sufficiente, come sa bene chiunque abbia detto lo so che faccio sempre così continuando a farlo. Il primo movimento consiste nel vedere il copione, non il singolo errore ma la trama che si ripete, e riconoscere da dove arriva. Il secondo consiste nel capire a che cosa quel copione è stato fedele, quale bisogno legittimo ha cercato di soddisfare, quale eredità ha onorato. È il passaggio che toglie la vergogna, perché sposta la questione dal difetto alla scuola frequentata. Il terzo consiste nel cambiare una mossa sola. Gli schemi relazionali sono danze a due o più persone, e quando qualcuno cambia passo l’intera danza è costretta a riorganizzarsi. Non serve rivoluzionare tutto. Serve rispondere diversamente nel punto esatto in cui si è sempre risposto uguale. La prima volta sembra innaturale, quasi sbagliata, ed è proprio il segnale che si sta uscendo dal copione.La domanda giusta, allora, non è più che cosa c’è che non va in me. È un’altra. A quale vecchia storia si sta ancora obbedendo, e si è pronti a smettere?
Chi vuole capire come certi schemi affondano nella storia familiare può leggere il paziente designato. Se invece la figura che ricorre è quella di una madre che occupa tutto lo spazio, c’è una pagina dedicata: mia madre è invadente e non riesco a mettere un confine.
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