Io ti vedo

essere visti in terapia

C’è una scena nel film Avatar difficile da dimenticare. Neytiri, la protagonista femminile, guarda Jake e gli dice: “Oel ngati kameie.” Io ti vedo. Non nel senso tecnico del termine, ma piuttosto nel significato di vedere dentro qualcuno. Ti vedo, ti riconosco, so chi sei.

È uno dei momenti più toccanti del film, ed è il momento che segna la svolta. Dall’iniziale diffidenza e paura reciproca, i due trovano un punto comune, e da quel momento diventano alleati. Quella frase, infatti, non cade all’inizio della storia. Arriva molto più avanti. E c’è un motivo.

Quello che succede in stanza quando accade davvero

Nel corso della mia esperienza ho imparato a riconoscere il momento in cui qualcuno si sente visto, o per meglio dire, il momento in cui le persone, volontariamente o involontariamente, si permettono di VEDERSI .

A volte non serve neanche toglierla del tutto, la maschera. Basta spostarla appena, per intravedere l’immensità che c’è dentro. E quello, per me, è sempre un momento molto bello. Un momento magico, sospeso, unico. L’atmosfera sembra cambiare, il tempo sembra diluirsi. Per un breve istante posso osservare una persona che guarda ciò che non aveva quasi mai osservato.

Lo sguardo cambia, diventa quasi concentrato. Cambia anche la postura. È uno sguardo tra lo stupito e l’attento. E bisogna capirle, le persone, in quel momento. Stanno vedendo qualcosa di meraviglioso che non avevano quasi mai visto. “Ma come”, sembrano chiedersi, “ho sempre creduto di non valere nulla, e adesso, improvvisamente, sto vedendo che sotto sotto valgo molto. Com’è possibile?” “Mi hanno sempre detto che non avrei combinato niente nella vita, e improvvisamente mi trovo di fronte alle mie capacità, alle mie risorse, alla consapevolezza delle persone che mi vogliono bene. Com’è possibile tutto questo?”

Ecco, mi sembra di leggere nei loro pensieri, in quei momenti. Forse è uno dei momenti più belli che possano capitare a una persona. È lo stesso momento in cui, nel film, la protagonista dice: io ti vedo.

Perché quel momento arriva sempre più avanti

Non è un caso che quella frase, nel film, non cada all’inizio. Arriva dopo le prove, dopo la diffidenza, dopo la caduta. È il riconoscimento che sancisce una trasformazione, il momento in cui l’eroe viene visto non per la maschera con cui è arrivato, ma per ciò che è diventato lungo il cammino.

In terapia funziona allo stesso modo. Il momento in cui una persona si sente finalmente vista non è la prima seduta. È più avanti, quando le difese con cui è arrivata hanno cominciato a cedere, quando la maschera si sposta. E c’è un paradosso, lo stesso di Jake, che diventa se stesso attraverso un corpo che non è suo. A volte la maschera, invece di nascondere, serve proprio a far vedere il vero.

Perché la maschera, quasi sempre, l’abbiamo costruita per sopravvivere. Da qualche parte, molto indietro, abbiamo imparato che mostrarsi per intero era rischioso, che era meglio rendersi piccoli. E quella lezione ce la portiamo dietro per anni, spesso fin dentro uno studio, senza nemmeno sapere che è lì. Si presenta con nomi diversi. Non so perché sono qui. Non riesco a dire quello che voglio. Quando parlo sento che sto esagerando. Sono tutti modi per dire la stessa cosa, ho imparato che il mio mondo interiore non è abbastanza interessante da essere visto.

Il momento di svolta

Da quel momento in poi le persone hanno un’altra consapevolezza, altri strumenti. Certo, non è facile cambiare pensieri stratificati negli anni, è difficile togliersi la maschera definitivamente in tempi brevi per indossarne una più aderente al proprio essere. Ma in quel momento si vede che c’è qualcos’altro. Si capisce che c’è qualcosa. Si capisce che c’è qualcosa per cui valga la pena lottare. E quel qualcosa, da lì in avanti, deve essere alimentato.

È il momento di svolta. L’eroe ha già risposto alla chiamata. Adesso acquisisce una nuova consapevolezza. Ed è pronto ad affrontare i suoi demoni. 

Il resto del viaggio si fa insieme

Ecco, io credo che il mio lavoro sia soprattutto questo. Non tanto togliere maschere, che sarebbe presuntuoso e anche un po’ violento, ma stare accanto a una persona nel momento in cui trova il coraggio di spostarle, e restituire ciò che c’è sotto. Aiutarla a vedere quel qualcosa, e poi ad alimentarlo. Il punto di partenza non è cosa non funziona nella persona, ma dove si trova rispetto agli altri. È la premessa della terapia sistemica individuale.

Ogni persona che entra in terapia è un eroe che ha già risposto alla propria chiamata. Il resto del viaggio, quello si fa insieme. Per saperne di più clicca su Come funziona la prima seduta.

Se leggendo hai riconosciuto qualcosa, ne possiamo parlare. Una chiamata conoscitiva di quindici minuti è gratuita e serve a capire se ha senso lavorare insieme. Il modo più veloce è scrivermi su WhatsApp al 328 752 0668, oppure chiamare lo stesso numero.