Non è un’impressione, ed è importante dirlo subito con chiarezza: l’ansia tra gli adolescenti è aumentata in modo netto negli ultimi quindici anni. Non sono ragazzi più fragili di quelli di una volta, non è una generazione viziata che drammatizza. È qualcosa di documentato, misurato, reale. E soprattutto non è colpa loro. È il contesto in cui crescono che è cambiato radicalmente, e i loro corpi e le loro menti rispondono a quel cambiamento nel modo più logico che esista: attivando l’allarme.
Capire l’ansia degli adolescenti oggi significa allora smettere di guardare solo il ragazzo che ne soffre e cominciare a guardare il mondo in cui quel ragazzo si muove.
Non è solo lo smartphone
È il primo colpevole che viene in mente a tutti, e in parte ha una sua ragione. Ma il modo in cui di solito se ne parla è fuorviante. Il problema non è la quantità di tempo passata al telefono, come se bastasse ridurre le ore per risolvere la questione. Il problema è cosa accade in quelle ore. C’è un confronto continuo e pubblico con le vite degli altri, sempre filtrate, sempre migliori delle proprie. C’è un sistema di validazione istantanea fatto di like, commenti e silenzi, che funziona come un giudizio permanente. E c’è soprattutto la pressione di essere sempre reperibili, sempre reattivi, sempre presentabili. Per un adulto già formato tutto questo è faticoso. Per un quattordicenne che sta ancora costruendo l’idea di chi è, diventa un peso enorme.
Ma fermarsi allo smartphone sarebbe comodo, e sarebbe sbagliato. Perché sposterebbe tutta la responsabilità su un oggetto, lasciando fuori tutto il resto.
Le cause che non si vogliono vedere
Nel lavoro clinico con gli adolescenti, in studio come nelle scuole, emerge con chiarezza che l’ansia affonda le radici molto più in profondità. Nasce da una scuola che ha trasformato l’apprendimento in una corsa a ostacoli fatta di voti, medie, crediti e ansia da prestazione, come se a sedici anni si dovesse già sapere cosa si diventerà. Nasce da un’incertezza che questi ragazzi respirano ogni giorno, sul lavoro che potrebbe non esserci, su un’economia che non li sta aspettando, su un futuro ambientale che li preoccupa molto più di quanto gli adulti immaginino.
Nasce anche da una trasformazione profonda della vita familiare, che non è un giudizio morale, le famiglie cambiano ed è giusto così, ma che spesso lascia i ragazzi con meno punti di riferimento stabili, meno tempo condiviso, meno adulti realmente presenti nella quotidianità.
E nasce da qualcosa di più sottile e meno visibile: la scomparsa degli spazi in cui un adolescente poteva semplicemente esistere, senza dover produrre nulla, senza essere valutato. Il cortile, la piazza, l’oratorio, il muretto sotto casa. Luoghi in cui il tempo non era ottimizzato, in cui ci si annoiava, e in cui, annoiandosi, si imparava a stare con se stessi e con gli altri. Per moltissimi ragazzi quei luoghi non esistono più, e nulla li ha davvero sostituiti.
Questo modo di guardare ha un nome preciso: è il lavoro della terapia sistemica individuale, che parte dalla posizione occupata dentro il sistema e non dal difetto da correggere.
Il corpo entra in allarme
C’è un equivoco da chiarire, perché cambia il modo di guardare tutta la questione. L’ansia non è un pensiero, o almeno non è solo un pensiero. È prima di tutto una risposta del corpo. Il cuore accelera, il respiro si accorcia, i muscoli si irrigidiscono, lo stomaco si chiude. È il sistema d’allarme più antico che possediamo, quello che per millenni ci ha protetto dai pericoli, che si attiva perché percepisce una minaccia.
Il punto è che quel sistema non distingue tra un pericolo reale e uno percepito. Reagisce allo stesso modo davanti a un messaggio rimasto senza risposta, a un’interrogazione, al terrore di non essere all’altezza. E se gli stimoli che lo attivano sono continui, come lo sono oggi, il sistema resta acceso in permanenza. È come vivere con l’antifurto che suona senza sosta, fino a non riuscire più a distinguere l’emergenza vera dal rumore di fondo.
Cosa è utile sapere, per un genitore
La cosa più importante da capire, per chi ha un figlio che soffre d’ansia, è che quell’ansia non è debolezza. Non è mancanza di carattere, non è un capriccio, non è qualcosa che si risolve dicendo “reagisci” o “ai miei tempi non era così”. Ai tempi dei genitori il contesto era diverso, e con ogni probabilità anche loro, in questo contesto, farebbero fatica.
La seconda cosa da sapere è che l’ansia non passa da sola. Non passa distraendosi, non passa aspettando, non passa fingendo che non ci sia. Ma si affronta, e si affronta bene, con gli strumenti giusti e, quando serve, con l’aiuto di qualcuno che sappia rimettere ordine dentro quello che a un ragazzo sembra un caos senza uscita.
E qui c’è un ultimo punto, il più importante in una lettura sistemica. Un figlio non soffre mai nel vuoto. Molto spesso la sua ansia è anche il sintomo più visibile di tensioni che attraversano l’intera famiglia, un modo per dare voce a qualcosa che riguarda tutti ma che nessuno sta nominando. Per questo, occuparsi dell’ansia di un adolescente non significa quasi mai occuparsi soltanto di lui. Significa guardare, con onestà e senza cercare colpevoli, il sistema di relazioni in cui quell’ansia è nata e in cui continua a mantenersi.
La domanda da cui partire, allora, non è cosa non funziona in questo ragazzo. È un’altra, e riguarda tutti: di cosa ha davvero bisogno un adolescente, oggi, per sentirsi al sicuro nel mondo?
Se leggendo hai riconosciuto qualcosa, ne possiamo parlare. Una chiamata conoscitiva di quindici minuti è gratuita e serve a capire se ha senso lavorare insieme. Il modo più veloce è scrivermi su WhatsApp, oppure chiamare il 328 752 0668.
Chi vuole approfondire il modo in cui il disagio di un figlio parla della famiglia intera può leggere Il paziente designato.