Quasi tutti i genitori risponderebbero di sì senza esitare. Lo si vede ogni giorno, gli si prepara la cena, si sa che scuola frequenta, si conoscono i nomi dei suoi amici, almeno di quelli che ancora nomina. Eppure, quando lo si chiede direttamente ai ragazzi, la maggior parte risponde che gli adulti non li capiscono. È da lì che conviene partire per ragionare sulla comunicazione con gli adolescenti.
La reazione più naturale, davanti a una cosa del genere, è difendersi. Ma io ci provo, io ci sono. Ed è quasi sempre vero. Il problema, però, non è la buona volontà. Il problema è il canale attraverso cui si prova a comunicare.
La domanda che chiude invece di aprire
Com’è andata a scuola è probabilmente la domanda che un genitore rivolge più spesso a un figlio adolescente. Nella grande maggioranza dei casi il dialogo tra adulti e ragazzi ruota attorno alla dimensione scolastica: voti, compiti, verifiche, comportamento. E la risposta, quasi sempre, è un monosillabo. Bene. Normale. Niente. A quel punto il genitore conclude che il figlio non vuole parlare. Ma non è che non voglia parlare. È che quella domanda non tocca nulla di ciò che gli sta accadendo davvero dentro. E allora, per le cose che contano, va altrove. Gli adolescenti, di fronte a un problema personale, si confidano prima con gli amici che con i genitori, e con gli insegnanti quasi mai. In una lettura sistemica questo non è un fallimento del ragazzo, né un tradimento. È un segnale che riguarda l’intero sistema familiare. Se un adolescente cerca fuori casa lo spazio per elaborare le proprie emozioni, sta comunicando che dentro casa quello spazio, semplicemente, non è disponibile, o non è percepito come sicuro.L’illusione di conoscersi
C’è uno scarto che riassume tutto il cortocircuito meglio di ogni spiegazione. I genitori sono convinti che in famiglia i figli siano compresi meglio che in qualsiasi altro luogo. I ragazzi, interrogati sulla stessa cosa, indicano invece i coetanei. Questa distanza tra le due percezioni è il cuore del problema. Non significa che i genitori non amino i figli. Significa che, senza accorgersene, confondono la presenza con la comprensione, la preoccupazione con l’ascolto, il controllo con la vicinanza. Sono cose diverse, e i ragazzi lo sentono. Molti di loro percepiscono che gli adulti non colgono quanto sia radicalmente cambiato il contesto in cui stanno crescendo rispetto a quello in cui sono cresciuti i genitori. E sentono che le proprie passioni, i propri desideri, i propri sentimenti restano semplicemente incompresi. Nel lavoro clinico con le famiglie questo schema ritorna di continuo. Il genitore arriva dicendo che il figlio non parla più, che si è chiuso. Ma esplorando cosa accade nel sistema, spesso si scopre che il ragazzo non si è chiuso affatto. Si è spostato. Ha trovato un altro circuito relazionale, gli amici, il gruppo, a volte lo schermo, perché quello familiare non riesce ad accogliere il tipo di comunicazione di cui ha bisogno.La paura che scende dall’alto
C’è poi un meccanismo meno visibile e più potente di quanto si creda. Gli adolescenti, pur con tutte le loro incertezze, restano spesso più ottimisti sul proprio futuro di quanto lo siano i loro genitori riguardo al futuro dei figli. Detto altrimenti, molto spesso sono i genitori a essere più spaventati dei ragazzi. E molti di loro ammettono di non sentirsi all’altezza, di non avere gli strumenti per affrontare il disagio crescente dei figli. Questo è il circuito sistemico che quasi nessuno nomina. Un genitore che ha paura del futuro del figlio, ma non sa come dirlo né come elaborare quella paura, la trasmette comunque, in modo implicito. Attraverso il tono, attraverso le domande ossessive sulla scuola, attraverso l’ipercontrollo, oppure, all’opposto, attraverso il ritiro e la delega. Il figlio non riceve un messaggio esplicito, ma respira un’atmosfera. E quando poi manifesta il proprio malessere, quel malessere viene letto come il problema del ragazzo. In realtà è il sintomo di un’emozione che attraversa tutta la famiglia, e a cui nessuno ha ancora saputo dare parola. È il presupposto della terapia sistemica individuale, che parte dalla posizione occupata dentro il sistema e non dal difetto da correggere.Cosa chiedono davvero i figli
Quando si chiede agli adolescenti cosa conta di più nella loro vita, le risposte spiazzano per quanto sono semplici. Famiglia e amicizia restano ai primi posti, ma accanto a loro compare qualcosa che le generazioni precedenti raramente avrebbero nominato a quell’età, il benessere psicologico, lo stare bene con se stessi, messo sullo stesso piano dell’amore. Non chiedono genitori perfetti. Non chiedono nemmeno genitori che capiscano tutto. Chiedono adulti capaci di fermarsi, di fare domande vere, di tollerare l’incertezza di non avere sempre il controllo. Chiedono presenza, non perfezione.La comunicazione con gli adolescenti comincia cambiando la domanda
Forse non si conosce il proprio figlio quanto si crede. E forse non è una colpa. Il mondo in cui cresce è profondamente diverso da quello che i suoi genitori hanno conosciuto, e nessuno li ha preparati a questo scarto. La buona notizia è che non servono le risposte giuste. Serve cambiare la domanda. Al posto di com’è andata a scuola, provare con come stai. E poi, che è la parte più difficile, restare lì ad ascoltare la risposta. Anche quando la risposta è un silenzio. Anche quando è uno sbuffo infastidito.Perché anche lo sbuffo è comunicazione, e in un sistema familiare ogni segnale conta, a patto che ci sia qualcuno disposto davvero a raccoglierlo.
Chi vuole approfondire come l’ansia di un figlio parli spesso di tutta la famiglia può leggere perché i ragazzi oggi hanno ansia.
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