Ritiro sociale: quando un ragazzo si chiude in camera

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Comincia quasi sempre in modo graduale, così graduale che è difficile individuare un inizio preciso. Prima saltano gli allenamenti. Poi le uscite con gli amici si diradano, senza una ragione dichiarata. Poi arriva la mattina in cui non vuole andare a scuola, per un mal di pancia, un mal di testa, un generico “oggi no”. E a un certo punto ci si accorge che la vita del ragazzo si svolge quasi interamente dentro una stanza, con la porta chiusa, e che l’unico filo che lo tiene collegato al mondo passa attraverso uno schermo.

Chi è genitore di un ragazzo così conosce bene la sequenza di emozioni che questo comportamento produce. Prima la preoccupazione, poi l’irritazione, spesso mascherata da diagnosi affrettata, “è pigro, si è fissato”. Poi i tentativi di forzare la situazione, le prediche, le minacce, il telefono tolto come punizione. E infine qualcosa che assomiglia molto all’impotenza. Vale la pena, allora, dire alcune cose che raramente vengono spiegate.

Il ritiro non è pigrizia, è protezione

Un ragazzo che si chiude in camera non sta scegliendo la comodità. Sta fuggendo da qualcosa che percepisce come insostenibile. Dietro il ritiro sociale, quasi sempre, c’è una ferita legata allo sguardo degli altri, cioè la vergogna. La paura di essere giudicato, di non essere all’altezza, di essere visto proprio nel momento del proprio fallimento. Per questi ragazzi la scuola non è faticosa, è un’arena. E la camera non è la tana di un pigro, è il rifugio dove lo sguardo degli altri, finalmente, non arriva.

Comprendere questo cambia radicalmente la strategia. Se si parte dal presupposto che il ragazzo sia pigro, la reazione istintiva è spingere. Ma se si capisce che si sta proteggendo, allora spingere diventa come strappare di colpo una benda: aumenta il dolore e, con esso, la chiusura. Non è un caso che ogni “domani ci vai per forza” produca quasi sempre l’effetto opposto a quello desiderato.

Lo schermo non è la causa, è la consolazione

Viene naturale pensare che la colpa sia dei videogiochi, del telefono, della connessione perenne. Ed è vero che il mondo online rende il ritiro più sostenibile, perché offre relazioni a rischio quasi nullo, dove si può essere visti senza essere davvero esposti, dove si può interrompere in qualsiasi momento. Ma togliere il dispositivo senza toccare tutto il resto raramente risolve qualcosa. Anzi, spesso peggiora la situazione, perché significa recidere l’unico ponte con il mondo che al ragazzo è rimasto, aumentando la sua disperazione. Il dispositivo va ridimensionato, questo sì, ma dentro un lavoro più ampio, mai come mossa isolata.

Questo modo di guardare ha un nome preciso: è il lavoro della terapia sistemica individuale, che parte dalla posizione occupata dentro il sistema e non dal difetto da correggere.

La parte che riguarda tutta la famiglia

Nel lavoro clinico con gli adolescenti ritirati emerge quasi sempre la stessa cosa: il ritiro non avviene nel vuoto. Avviene dentro un sistema familiare che, senza volerlo, si riorganizza attorno a quel ritiro, e che a volte finisce, involontariamente, per mantenerlo.

Il meccanismo è quasi sempre lo stesso. Il ragazzo si chiude, i genitori si allarmano, e l’intera vita familiare comincia a ruotare attorno a lui. Si parla solo di lui, si litiga a causa sua, ci si divide sulla strategia da adottare. Uno dei due genitori tende a spingere, l’altro a proteggere, e il conflitto tra loro cresce. Nel frattempo il ragazzo, dalla sua stanza, percepisce tutto. E impara due cose molto pericolose: che il suo ritiro è diventato il centro attorno a cui gravita la famiglia, e che uscirne significherebbe far riemergere tutto ciò che quel sintomo, paradossalmente, tiene coperto o tiene occupato.

A volte c’è anche qualcosa di più profondo. Ci sono famiglie molto protettive, in cui i confini tra genitori e figli sono così sfumati che il ragazzo non ha mai avuto un vero spazio per separarsi e diventare se stesso. In questi casi il ritiro diventa un tentativo maldestro e doloroso di autonomia: non riuscendo a separarsi in modo sano, il ragazzo si separa nell’unico modo che riesce a trovare, chiudendo una porta.

Cosa si può fare

La prima mossa è controintuitiva ma decisiva: abbassare la pressione sulla prestazione, la scuola, i voti, il “devi uscire”, e alzare invece l’attenzione sulla relazione. Non “quando torni a scuola?” ma “come stai?”. Sembra poco, e invece è moltissimo, perché all’inizio è l’unica porta rimasta aperta.

La seconda è non permettere che il ritiro diventi l’unico argomento della casa. Il ragazzo ha bisogno di percepire che la famiglia ha ancora una vita propria, che i genitori restano in piedi, perché nessuno esce da un rifugio per entrare in un campo di battaglia.

La terza è chiedere aiuto presto, sapendo una cosa importante: l’aiuto giusto, spesso, non coincide con il portare il ragazzo dallo psicologo. Molti di questi adolescenti rifiutano la terapia, e anche questo rifiuto ha una sua logica, perché per loro sarebbe l’ennesima situazione in cui sentirsi osservati e giudicati. La buona notizia è che in ottica sistemica si può cominciare a lavorare con i genitori, anche senza il ragazzo in stanza. Quando i genitori modificano le loro mosse, il sistema intero si muove, e molto spesso, dopo qualche tempo, è il ragazzo stesso a chiedere di venire.

Il ritiro sociale non è una sentenza definitiva. È una comunicazione estrema, l’unica che quel ragazzo, in quel momento della sua vita, riesce a mettere in atto. Il compito degli adulti non è sfondare la porta. È rendere il mondo là fuori abbastanza sicuro da valere di nuovo la pena di riaprirla.

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Chi vuole capire come il sintomo di un figlio parli spesso di tutta la famiglia può leggere Il paziente designato.