L’Odissea, ritratto di una famiglia in attesa

Odissea psicologia famiglia

In questi giorni l’Odissea è tornata al cinema con Christopher Nolan, ed è l’occasione per rileggerla lasciando da parte per un momento i mostri, le tempeste e gli dèi. Perché sotto l’avventura, l’Odissea è una delle più profonde storie familiari mai raccontate. È la storia di una casa svuotata da un’assenza, e di come ciascuno di quelli che restano, o che partono, prova a sopravvivere a quel vuoto. Guardata così, non è il poema di un eroe. È il ritratto di un sistema di persone legate tra loro, ognuna con la propria attesa, la propria paura, il proprio modo di amare chi non c’è.

Ulisse, l’uomo che desidera tornare e teme di arrivare

Diciamo la verità su Ulisse, quella che l’immagine dell’eroe astuto tende a nascondere. Ulisse ci mette dieci anni a tornare da una guerra che ne era durata altrettanti. Dieci anni per attraversare un mare che, anche allora, si poteva percorrere in poche settimane. Certo, ci sono gli dèi contrari, le tempeste, gli ostacoli. Ma qualcosa, in quel ritardo così lungo, parla anche di lui.

Perché Ulisse, lungo la strada, a volte si ferma. Resta un anno intero da Circe. Resta sette anni sull’isola di Calipso. E qui la psicologia diventa interessante, perché quel ritorno tanto desiderato è anche, forse, un ritorno temuto. Tornare a Itaca significa smettere di essere l’eroe che affronta prodigi e ridiventare un marito, un padre, un re con delle responsabilità. Significa fare i conti con una casa che non è più come l’aveva lasciata, con un figlio che non conosce, con una moglie diventata un’altra donna in vent’anni. Il viaggio, con tutte le sue prove, è anche una lunga dilazione. Finché sei in viaggio, il momento di tornare a essere pienamente te stesso, con tutto il peso che questo comporta, è sempre rimandato.

È una cosa che accade più spesso di quanto crediamo. Desideriamo con tutte le forze una meta, e insieme, senza saperlo, la temiamo, perché arrivarci ci chiederebbe di cambiare, di assumerci qualcosa, di lasciare l’identità comoda del viaggiatore per quella più impegnativa di chi è arrivato. Ulisse desidera Itaca. Ma qualcosa in lui, per lungo tempo, si trattiene anche dall’arrivarci.

Penelope, e l’intelligenza dell’attesa

Se Ulisse viaggia, Penelope fa qualcosa che è altrettanto difficile, e che riceve molta meno gloria. Aspetta. Ma la sua non è un’attesa passiva, un semplice stare ferma. È un’attesa attiva, combattuta, intelligente.

La sua tela è l’immagine più bella di questo. Penelope promette ai pretendenti che sceglierà un nuovo marito appena avrà finito di tessere il sudario per il vecchio suocero. E ogni giorno tesse, e ogni notte, di nascosto, disfa quello che ha fatto. Per anni. Sospende il tempo, tiene aperta una porta che tutti vorrebbero chiudere, resiste alla pressione di un’intera corte che le dice di rassegnarsi, di andare avanti, che ormai Ulisse è morto.

C’è una psicologia profonda in quel gesto. Penelope tiene in vita una fedeltà che è insieme amore e, forse, anche una forma di prigione che si è scelta. Perché disfare ogni notte la tela significa anche rifiutarsi di vivere, tenere la propria esistenza in sospeso, congelata nell’attesa di qualcuno che potrebbe non tornare mai. È l’eroismo e insieme il dramma di chi ama qualcuno che non c’è, e che nell’attesa mette tra parentesi la propria vita. Chiunque abbia atteso a lungo il ritorno di qualcuno, o la fine di una situazione sospesa, conosce quella tela tessuta e disfatta ogni notte, quel vivere col fiato trattenuto.

Telemaco, crescere nell’assenza di un padre

Poi c’è Telemaco, e la sua è forse la storia psicologicamente più moderna di tutte. Telemaco è nato quando Ulisse partiva per la guerra. Non ha nessun ricordo di suo padre. È cresciuto sentendone parlare come di un eroe leggendario, un mito, un’assenza ingombrante, ma non ha mai avuto un padre vero, presente, con cui misurarsi.

E questo lo ha lasciato sospeso, incapace di diventare pienamente uomo. All’inizio del poema Telemaco è un ragazzo impotente, che assiste ai pretendenti che divorano il patrimonio di casa senza riuscire a opporsi, perché non ha l’autorità per farlo, non ha avuto il padre che gliela trasmettesse. Vive all’ombra di una figura enorme e mai conosciuta, e quell’ombra, invece di sostenerlo, lo schiaccia.

La sua crescita comincia solo quando parte. Intraprende un suo viaggio, più piccolo di quello del padre, per cercare notizie di lui, per raccogliere le tracce di chi non ha mai visto. E in quella ricerca, cercando il padre fuori, comincia a trovare se stesso dentro. È una verità che appartiene a moltissime storie familiari. A volte, per diventare adulti, i figli devono andare a cercare i propri genitori, non quelli reali soltanto, ma l’idea che se ne sono fatti, i loro fantasmi, ciò che hanno rappresentato. E in quella ricerca, spesso, trovano la propria forma. Telemaco diventa uomo non quando il padre torna, ma quando parte a cercarlo.

Argo, la fedeltà che aspetta oltre ogni ragione

C’è una scena, nell’Odissea, che è tra le più strazianti mai scritte, ed è tutta in poche righe. Quando Ulisse finalmente torna a Itaca, travestito da mendicante perché nessuno deve riconoscerlo, l’unico che lo riconosce è il suo cane, Argo.

Argo era un cucciolo quando Ulisse partì. Ora è vecchissimo, malato, abbandonato su un cumulo di letame, trascurato da tutti. Non ha più la forza di alzarsi. Ma quando sente l’odore del suo padrone dopo vent’anni, drizza le orecchie, muove la coda, lo riconosce. Ulisse, per non tradirsi, non può nemmeno accarezzarlo, può solo asciugarsi di nascosto una lacrima e proseguire. E Argo, avendo atteso solo quello, avendo resistito alla vecchiaia e all’abbandono giusto il tempo di rivedere una volta ancora chi amava, in quell’istante muore.

Perché quella scena ci spezza qualcosa dentro? Perché Argo rappresenta la fedeltà nella sua forma più pura e più dolorosa, quella che aspetta oltre ogni ragionevolezza, oltre ogni utilità, senza calcolo. Il cane non aspetta perché spera in qualcosa, aspetta perché ama, e basta. E c’è qualcosa di profondamente vero, e profondamente umano, in quel legame che sopravvive a tutto, all’abbandono, al tempo, alla vecchiaia, e chiede in cambio solo di poter rivedere, una volta, chi si è amato. In ogni famiglia, in ogni storia d’affetto, c’è qualcosa di Argo, di quella fedeltà silenziosa che resiste anche quando non ha più alcun motivo di farlo.

I demoni lungo la strada

E poi ci sono gli incontri di Ulisse, che a guardarli bene non sono soltanto mostri e pericoli esterni. Sono, molto spesso, i suoi demoni interiori presi forma. E il modo in cui li affronta dice qualcosa su come si attraversano le prove della vita.

Calipso è il più sottile di tutti. La ninfa lo trattiene sulla sua isola per sette anni e gli offre il dono più grande, l’immortalità, a una sola condizione, che rinunci a tornare. È la tentazione di fermarsi, di scegliere una comodità che sembra un paradiso ma che sarebbe, in fondo, una piccola morte. Restare con Calipso significherebbe non invecchiare, non soffrire più, ma anche non tornare mai a casa, non rivedere i suoi, rinunciare alla propria storia in cambio di un presente eterno e vuoto. E Ulisse, alla fine, sceglie la vita mortale, con tutto il suo dolore, piuttosto che un’eternità senza ritorno. Sceglie di continuare a essere se stesso, con le sue ferite, piuttosto che dissolversi in una felicità che non gli appartiene.

Le Sirene incarnano un’altra verità. Il loro canto è mortale, chi lo ascolta si getta in mare e muore. Ma Ulisse non fugge, e non si limita a evitarle. Vuole ascoltare quel canto, sapere cosa dice. E allora si fa legare all’albero della nave, ordinando ai compagni di tapparsi le orecchie e di non slegarlo per nessun motivo. Attraversa il pericolo invece di aggirarlo, ma lo fa con una protezione, un legame che gli permette di ascoltare senza esserne distrutto. È un’immagine bellissima di come si affrontano certe cose, certi richiami dolorosi, certe verità pericolose. Non evitandole, ma neppure buttandocisi dentro senza difese. Attraversandole legati a qualcosa che ci tenga, capaci di ascoltare senza annegare. Il viaggio non finisce quando si torna, finisce quando si trova di nuovo il proprio posto dentro una casa che nel frattempo è cambiata. È esattamente la domanda da cui parte la terapia sistemica individuale.

La casa, alla fine

Quando finalmente tutto si ricompone, quando Ulisse torna e si fa riconoscere, la cosa che colpisce non è la vendetta sui pretendenti. È la lenta, delicata ricostruzione dei legami. Ulisse e Penelope che si riconoscono a poco a poco, con diffidenza, con prudenza, perché vent’anni sono tanti e nessuno dei due è più quello di prima. Il segreto del loro letto, costruito attorno a un ulivo radicato nella terra, che solo loro due conoscono, e che diventa la prova finale, il codice intimo di una coppia che si ritrova.

Perché alla fine l’Odissea dice questo. Che una famiglia non è un dato immutabile, ma qualcosa che si tiene insieme attraverso le assenze, le attese, le trasformazioni di ciascuno. Ognuno, in quei vent’anni, è cambiato. Ulisse viaggiando, Penelope resistendo, Telemaco crescendo, persino il vecchio Argo aspettando. E il ritorno non è ripristinare le cose com’erano, perché non è possibile per nessuno. È ricostruire, pezzo per pezzo, un legame tra persone che nel frattempo sono diventate altro, e che scelgono, di nuovo, di appartenersi. La casa, alla fine del viaggio, non è un luogo. È quel legame che resiste, si perde, e si ritrova.

Se leggendo hai riconosciuto qualcosa, ne possiamo parlare. Una chiamata conoscitiva di quindici minuti è gratuita e serve a capire se ha senso lavorare insieme. Il modo più veloce è scrivermi su WhatsApp, oppure chiamare il 328 752 0668.

Per leggere come il legame familiare regge le assenze: Il paziente designato.