Di solito si dice padre assente, ed è una parola che inganna. Non se n’è andato, non è mancato. Era lì tutti i giorni. Semplicemente, quando c’era da entrare in una cosa, non entrava.
La frase con cui viene introdotto è quasi sempre la stessa. A mio padre non gli si può dire niente. È una brava persona, è affettuoso. Però è assente.
Brava persona, affettuoso, assente. Tre cose dette di seguito, senza che nessuno ci trovi niente di strano. Ed è così che il padre assente entra nel racconto: già difeso, prima ancora di essere descritto.
Quello che il racconto lascia fuori
Nel modo in cui viene descritto, il padre non ha mai scelto niente. Stava fuori casa, non si opponeva, non interveniva. È il fragile della situazione, quello che subiva anche lui, e che quindi va protetto. Può darsi che sia vero. Restano fuori altre cose: che era presente quando le cose accadevano, che le vedeva, e che ogni volta ha deciso di non entrare. Non intervenire è una posizione, non un’assenza di posizione.Il padre assente e il posto di chi sta in mezzo
Dove c’è un genitore che occupa tutto lo spazio e uno che sta ai margini, in mezzo di solito c’è un figlio che fa da cuscinetto. È una delle configurazioni che si incontrano più spesso quando una madre occupa tutto lo spazio della casa. Si riconosce da alcune cose precise. È bloccato, immobile su decisioni che riguardano la sua vita. Va incontro a bisogni e necessità di un genitore che quel genitore potrebbe soddisfare da solo. E quando racconta, dice che uno dei due bullizza l’altro, e che questo lo fa innervosire. Quel nervosismo è il segnale. Non nasce dall’episodio in sé, nasce dall’essere fermi in una posizione che non si è mai scelta e da cui non si sa come uscire.Il passaggio più difficile
In terapia arriva un momento in cui viene detto ad alta voce che il padre è un adulto. Se non si oppone, non è perché non può. È perché quell’equilibrio in qualche modo gli va bene, o gli costa meno che romperlo. Non è un’accusa: è restituirgli la posizione che ha, invece di quella che il racconto gli assegna. Chi lo sente dire di solito si stupisce. Non ci aveva mai pensato così, e chiede tempo. Poi, quasi sempre, arriva anche un sollievo. Se è un adulto, allora quella responsabilità è sua. E se è sua, non è di chi ha passato vent’anni a farsene carico.Quello che resta, dopo
Da bambini non si chiede solo protezione. Si chiede riconoscimento, cura, attenzione. Quando quella richiesta non viene raccolta, non sparisce: continua a cercarsi per tutta la vita. Si vede soprattutto nelle scelte affettive. A volte si finisce con qualcuno che dà troppo, ma è il caso più raro. Molto più spesso si sceglie il contrario: un partner che non dà attenzione, non dà cura, che fa come gli pare. Non per masochismo. Perché è quello che si conosce. È lo stesso meccanismo per cui gli stessi errori si ripetono anche quando li si è capiti benissimo. E poi c’è una regola che si installa presto e non si discute più. Non si chiede. Ci si arrangia sempre da soli, anche quando non serve, anche quando qualcuno intorno sarebbe disponibile.E quando si prova a uscirne, quasi sempre si incontra il senso di colpa verso i genitori, che è il modo in cui quel posto si tiene in piedi da solo.